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Spazio Pscodinamico

Spazio Pscodinamico è la rubrica specializzata del quotidiano digitale italodominicano.tv curata dalla Dott.ssa Anna Giulia Caputi, psicologa-psicoterapeuta, già presidente dell'A.S.P. – Associazione per gli Studi Psicologici con sede in Roma e rivista omonima (dal 1983 al 2020). Tra le sue pubblicazioni: "La Forza Oscura, Il dinamismo dell'inconscio personale e collettivo" - "L'eco della Memoria, della Rinascita e della Reincarnazione" - Cristo Simbolo del Sé, L'evoluzione psichica e spirituale della coscienza umana".

mail.: annagiuliacaputi@gmail.com

LA PERSONALITA’ PARANOICA

La paranoia è una patologia grave per un individuo perché è ragione di grande sofferenza. Essa rende chi ne soffre diffidente e sospettoso verso gli altri, con manie di persecuzione e paura di venir danneggiato sia dai propri familiari che dal contesto sociale. Diffidenza, insicurezza, orgoglio, fanatismo, pregiudizio, delirio di gelosia, di grandezza sono tutte manifestazioni di delirio lucido a evoluzione cronica che non danno pace, anche se l’esame di realtà rimane in parte intatto.

I disturbi mentali sono diversi dai disturbi clinici. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali definisce la paranoia come un disturbo di personalità cioè una modalità psichica interna e comportamentale particolare che si discosta in modo marcato dalle aspettative della cultura dell’individuo” (1). Tale disturbo non può essere preso in esame nel periodo adolescenziale, ricco di contraddizioni emotive, ma solo se si manifesta in età adulta.

Diversamente, in Psicoanalisi la paranoia è il risultato di una massiccia proiezione che può iniziare prestissimo nella vita di un individuo. Sigmund Freud afferma che, pur considerando la proiezione una reazione arcaica e primitiva dell’essere umano, essa è tuttavia la ragione di alcune fenomenologiche psicopatologiche, in particolare la paranoia. Il meccanismo della proiezione paranoica consiste nello spostare su altri oggetti o persone sentimenti o caratteristiche proprie negative, inaccettabili moralmente e ritenute pericolose sia per la sua salute fisica che per quella psicologica (la sfera cognitiva, affettiva e interpersonale).

Lo psicoanalista junghiano, Luigi Zoja, nel suo testo “La Paranoia” (2) afferma che una carenza affettiva della prima infanzia è alla base di tale disturbo che genera una fragilità emotiva e la mancanza di autostima. A tale sofferenza il soggetto psicologicamente cerca di trovare una motivazione esterna, un accanimento persecutorio che lo fa sentire braccato per cui deve essere costantemente in difensiva.

Per Melaine Klein, altra analista junghiana, il meccanismo della proiezione viene senza dubbio utilizzato come difesa primitiva nell’infanzia ma successivamente, nella dinamica evolutiva, si dovrebbe sviluppare quel senso di fiducia verso gli altri. Se questo equilibrio relazionale non avviene negli anni successivi, l’individuo ne sarà condizionato e colpito psicologicamente tanto da sviluppare una personalità paranoide, con un’angoscia così forte d’aver paura per la propria sopravvivenza.

Esempi eclatanti ne abbiamo nella pratica terapeutica, dove questo disturbo paranoide è spesso mascherato da dipendenza, da Super-Io dominante, da sensi di colpa, di indegnità, di depressione, di dinamiche introiettive e proiettive.

La terapia relativa è durissima sia per il paziente che per il terapeuta, il quale deve essere continuamente attento al meccanismo (che può essere proiettato anche su di lui) e contenere l’angoscia relativa. E’ vero che in questi soggetti c’è una particolare qualità psichica, ma anche accadimenti personali e familiari possono sollecitare l’evoluzione della malattia.

Bibliografia:

1 DSM-5, APA 2014

2 Zoja L., La Paranoia, Bollati Boringhieri, Torino, 2011

01-07-2024

Autora. Dra. Anna Giulia Caputti

ESPACIO PSCODINAMICO de: italodominicano.tv 

INTERACCIONISMO SIMBÓLICO E INTEGRACIÓN PSICOLÓGICA DE LA INMIGRACIÓN

opera fotografa della fotografa dominicana Rita Valenzuela

LA NATURA ITINERANTE DELL'ESPERIENZA UMANA

L'iniziale consapevolezza della nostra coscienza è la percezione di un pellegrinag­ gio iniziatico che comincia nel momento in cui si avverte la caduta dal paradiso, cioè da quel mondo vissuto in modo simbiotico con la propria madre .
E proprio qui si comincia a scrivere la nostra storia individuale perché ciò che ci è davanti è nello stesso tempo luce e ombra. T nostri passi all'inizio sono incerti e con­ fusi, cercano appoggi e vogliono, nello stesso tempo, libertà. Una libertà che comincia ad avvertire lo sforzo fra lo scoprire la propria  autenticità e l'adesione al mondo reale in cui si v ive .
In questo contesto è sui genitori, a torto o a ragione, che si proiettano le aspettative  e le delusioni. Si ha la sensazione che la nostra esistenza sia governala da altri che ci incatenano emotivamente, affettivamente, raz io nalmente . li nostro cammino sui sen­ tieri della vita conosce così momenti di incertezze , di debolezza, di rancori, di dispe­ razione, di naufragio.
11 periodo de11'adolescenza è sintomatico di quei sentimenti di amore-odio verso gli
afft:tti più cari che possono formare la fluidità interiore e cominciare a legare il nostro lo in modo più o meno patologico.
È così che il cammino itinerante verso il proprio "processo di individuazione" non risparmia angosce, non annulla quel caos interiore che chiede il senso della vita.
I "vagabondi de11'anima", come li chiama Hcsse , conoscono la labilità fra natura e spirito, fra eros c logos. Questa lacerazione interiore, che non è risparmiata  a  nessun essere umano, è il mondo dell' Ombra di  cui parla Jung. Un  mondo in cui  bisogna calar­ si per raddrizzare la propria via.
Solo chi fa questo processo comprende la propria " Esseità " e torna dopo una lunga
circumnavigazione a quel rapporto primario, il rapporto genito riale , per andare oltre. È qui che comincia a comprendere che, al di là degli errori altrui, c'è  stata la mancanza  di responsabilità verso se stessi. Questa consapevolezza è un atto di verità e di umil tà. Ma è così dura!
È questo un momento terapeutico molto importante che tocca l' anima sia del paziente che del terapeuta che, finalmente, comincia a vedere lo svelamento dell'Io da parte dell'altro. È l'illuminazione di se stessi, è il riconoscere la libertà e la responsa­ bilità delle proprie scelte, dei propri valori. Questo può avvenire a qualunque età.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

1.    H. Hesse, Le stagioni della vita, Monadori 1996 pag. 34
2.    A.Carotenuto, L'Ecc/issi dello sguardo, Bompiani, Milano 1997
3.    H. Hesse, ibidem, pag. 153
4.    S.Freud, Opere 1905/1921, Newton, Milano 1992
5.    C.GJung, L'uomo e i suoi simboli, Teadue, Milano 1999

 

01-06-2024

Autora. Dra. Anna Giulia Caputti

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INTERACCIONISMO SIMBÓLICO E INTEGRACIÓN PSICOLÓGICA DE LA INMIGRACIÓN

GH. Mead fue el primero en acuñar el término "interaccionismo simbólico" alrededor de la década de 1930. Con esta teoría creía que la realidad social era resultado de la interpretación y atribución de símbolos que se crearon desde las primeras relaciones entre los seres humanos.

De hecho, Mead en "Mind, Self and Society" subrayó la importancia del Yo social en la percepción e interpretación de la realidad, ya que en el proceso de comunicación el Yo subjetivo se relaciona con el otro generalizado (la sociedad con sus abuelas) manteniendo el propio. individualidad.

Una experiencia social que surge del encuentro con otros queda así impresa en la mente: de ahí la interacción tanto interna como externa. Y es precisamente esta interacción la que se convierte en el instrumento a través del cual la realidad adquiere significado.

Un significado que se vuelve más amplio cuando la realidad no incluye sólo un grupo constituido geográficamente, es decir, una realidad social compuesta por individuos que viven en un mismo territorio, que tiene sus propias fronteras, con su propia cultura, lengua, reglas y comportamientos, pero cuando en ello se insertan realidades diferentes, como las vinculadas al fenómeno de la inmigración.

Este fenómeno provoca inevitablemente cambios generalizados bastante significativos tanto desde el punto de vista social como psicológico, ya que el encuentro con individuos que provienen de contextos étnicos, sociales, culturales y psicológicos muy diferentes activa una serie de mecanismos de tipo predominantemente defensivo: el otro es el diferencia que no se conoce, que modifica el equilibrio previamente alcanzado y que por tanto se vive como amenazante.

Así, ciertos problemas de "algunos" inmigrantes, como el fenómeno de la inadaptación y la delincuencia, toman la forma de fantasmas gigantes que dificultan aún más la aceptación y la inclusión social.

Así, la respuesta emocional que surge de la apertura de las fronteras políticas es clara, ya que pareciera que la naturaleza misma de la nación sufre al verse abrumada en su identidad social e individual.

Las reacciones resultantes son, por tanto, una forma de defensa psicológica frente a una ansiedad racional e inconsciente que exige una adaptación forzada del inmigrante, so pena de ser castigado.

guetización. Y es psicológicamente fuerte que, mientras por un lado se afirma que todos somos seres humanos, por otro lo que es diferente a nosotros (en cultura, color, idioma) se considera peligroso, amenazante para nuestra integridad: lo no-humano. El ciudadano de la UE es visto como un vándalo que quiere apoderarse de nuestras raíces y subyugarnos.

Todo esto contribuye a activar una negación real respecto de una nueva realidad que debe ser reconocida, aceptada y elaborada porque el encuentro entre diferentes culturas, tanto del país que emigra como del que acoge, es sin duda un encuentro de diferencias inevitables. pero esto no significa que no puedan integrarse.

Se tiene poco en cuenta el hecho de que incluso los inmigrantes, que han tenido que afrontar varias pruebas peligrosas, que han abandonado a sus seres queridos, que a menudo se sienten explotados y perseguidos por el país de acogida, que tienen que adaptarse a una cultura desconocida, tienen la posibilidad de mismas ansiedades y miedos. ¡Cuánto pagan cuando uno de ellos comete un acto criminal!

Y tienen que trabajar duro para encajar en la nueva realidad con un clima, leyes, métodos de relación, comunicación gestual y lingüística diferentes. La cuestión del lenguaje es sin duda un gran problema porque genera dificultades de comunicación y expresión que requieren tiempo y que conllevan el riesgo de cierre dentro del propio grupo.

La población italiana tiene una memoria histórica y psicológica a este respecto, ya que ella misma era una población de emigrantes y esta experiencia puede permitirle comprender el fenómeno que ahora nos ve en el lado opuesto. Nuestros antepasados ​​también sufrieron la guetización inicial, la distancia de sus seres queridos, las penurias físicas y psicológicas que tuvieron que afrontar no sólo por sí mismos sino también por el arduo compromiso de tener que sustentar la supervivencia de la familia desde lejos. familia abandonada.

El fenómeno migratorio nos devuelve a la aplicación de la teoría de Mead que se abre desde el interaccionismo de una realidad a la integración entre los pueblos. Desde un punto de vista psicológico, la sociedad que recibe inmigrantes se encuentra teniendo que lidiar consigo misma, con su propia madurez, con la capacidad de realizar cambios en sí misma a través de una adaptación mutua que presta atención a las diferencias, y luego reflexiona sobre las similitudes y alcanzar una ósmosis cultural y psicológica que permita encontrar un equilibrio interno entre ambas realidades.

A nivel político todavía hay mucha confusión respecto a la gestión de los inmigrantes en cuanto a control y regularización.

Además, el fenómeno de la inmigración exige que todas las profesiones clínicas y educativas se abran a nuevos conceptos de salud, relaciones generacionales e intervención educativa y psicosocial.

El inmigrante tiende a mantener modelos tradicionales que psicológicamente implican mantener vínculos profundos con su realidad original. Pero determinadas prácticas médicas son a menudo una fuente de riesgos tanto para quienes participan como para la población de acogida.

Desde hace un tiempo se constata la presencia de adolescentes y jóvenes inmigrantes en instituciones de reeducación y servicios sociales donde el psicólogo clínico no sólo analiza el recorrido individual que ha constituido la identidad negativa, dada por la conducta desviada, sino que también debe tener la capacidad de comprender todo un sistema constituido que va desde las propias representaciones y afectos a las diversas identificaciones del grupo desviado, a la percepción de los problemas de crecimiento y desarrollo, a la búsqueda de identidad y superación personal en la nueva sociedad.

El evento migratorio involucra grupos y raíces familiares extensas de las que el sujeto se separa por diferentes motivos (guerras, pobreza, epidemias) y por lo tanto es traumático en sí mismo y forma parte de una experiencia ya altamente dolorosa. Todo esto puede provocar inadaptación social, provocar conductas delictivas y trastornos mentales. Y es reduccionista diagnosticar todo esto sólo como una "patología del desarraigo".

Otro aspecto muy triste es el de haber destacado que en la adopción de niños, tanto italianos como procedentes de países extracomunitarios, algunas familias adoptivas activan a menudo mecanismos de eliminación masiva de la historia familiar y social del niño, como si su vida comenzara en su casa, sin considerar cómo estos mecanismos de negación de una parte significativa de su historia producen un vacío psicológico que puede provocar fenómenos desadaptativos con el tiempo.

Conocí personalmente a un chico italiano que descubrió por casualidad siendo un extraño, a los dieciocho años, que había sido adoptado. Su reacción fue desastrosa: la agresión expresada hacia sus padres adoptivos, que lo adoraban, significó que los destruyó económica y psicológicamente hasta su muerte, y luego él también quedó reducido a una larva humana subyugada por las drogas.

Y otra chica, procedente de un país extranjero, que sólo conoció la verdad de sus padres adoptivos a los diecisiete años y que se desmoronó psicológicamente al abandonar sus estudios, que continuó con provecho, bajo el impulso incontenible y ahora maníaco de descubrir la verdad. sus orígenes en una tierra lejana.

¡Es extraño que sean los padres adoptivos los que se sientan traicionados!

Volviendo al fenómeno de la inmigración, la psicología clínica debe implementar su auténtico papel en el tipo de comunicación y reconocimiento de las dinámicas profundas que existen no sólo en los inmigrantes sino también en la sociedad que los recibe. Dinámicas que pueden escapar a enfoques más objetivos y racionales.

NOTAS BIBLIOGRAFICAS L Jaques E. (1955) "Los sistemas sociales como defensa contra la ansiedad depresiva y la ansiedad de persecución" en Klein, Heimann, Money Kyle en "Nuevas formas de psicoanálisis" Il Saggiatore Milán 1966 2. Rizzi P. Ghilardi A. (1995) "Aspectos de la integración en Italia: la contribución de la Psicología Clínica para una reflexión sobre las diferencias y la búsqueda de la integración" en Conferencia "El migrante en Italia: problemas sanitarios y nutricionales y psicosociales " Universidad de Brescia, Facultad de Medicina y Cirugía, Brescia, 8 de abril de 1995.

09-04-2024

Autore. Dottoressa. Anna Giulia Caputi

ESPACIO PSCODINAMICO de: italodominicano.tv 

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